L'Apparenza
di JoeSerpe

 

(Questo racconto è liberamente ispirato ad una storia realmente accaduta)

 

Il campanile della chiesa di Saint-Nizier aveva appena finito di suonare le tre e tre quarti e la città era ancora avvolta in quella tenue luce tipica di quel particolare momento del giorno quando il sole non si scorge ancora nemmeno all’orizzonte ma i suoi raggi iniziano già ad illuminare la superficie terrestre.

Era domenica e le strade della cittadina di Montereau erano ancora deserte. La primavera era ormai sul finire e le giornate diventavano via via sempre più calde. Così, durante la notte, in molti ne avevano approfittato per fare delle passeggiate, talvolta chiassose, talvolta tranquille o malinconiche, ammirando la luna che si specchiava sulle acque della Senna. Ma adesso la città dormiva   ...silenziosa.

A un tratto un forte tonfo nell’acqua ruppe quel pacato silenzio: un tonfo, la sua eco che rimbomba un po’ per i vicini vicoli della città, e poi di nuovo il silenzio.

 

 

Parigi, 18 Aprile 2076:

Quel pomeriggio, Veronique Tsikos Gabor, una signora sulla sessantina vestita elegantemente e dall’aspetto molto sicuro, si recò presso il palazzo del ministero della difesa. Da pochi giorni il governo francese aveva abrogato la legge che vietava di consultare i documenti riservati dei servizi segreti degli anni 2020-2030, e la signora Tsikos aveva fatto domanda di consultare il proprio fascicolo personale.

Erano passati ormai molti anni da quando, appena diciottenne, si era arruolata nell’esercito francese.

Mentre saliva le scale di quel lussuoso palazzo pensava che in quei luoghi, cinquant’anni prima, doveva essere stato pronunciato da chissà chi il suo nome e le sue ingiuste condanne. Tra quelle mura era stata mandata in pezzi la sua vita, il suo sogno di diventare ufficiale, per il quale aveva dovuto subire anni di soprusi al limite della sopportazione da parte dei suoi compagni e superiori, era stato per sempre infranto proprio in quel luogo; forse nella stanza lì di fronte, o in quella al piano di sopra, o da un’altra parte; ma comunque dentro quel dannato palazzo qualcuno aveva deciso il suo confino che l’aveva costretta per sette anni lontano dalla Francia in un carcere di massima sicurezza in una località che le era stata tenuta ignota, ma che, a giudicare dalle ore di viaggio trascorse e da tutto il freddo che aveva patito, doveva trovarsi nel nord dell’Europa.

Aveva paura di cosa avrebbe potuto scoprire in quei documenti, ma ormai, pensava, era passato molto tempo perché qualcosa potesse ferirla più di quanto non avessero già fatto.

Adesso le ritornava più limpido che mai il ricordo di quella mattina dell’autunno del 2023 quando, per aver dato qualche giorno prima un pugno in faccia ad un tenente più anziano di lei, che assieme ad un gruppo di altri militari le avevano dato fuoco all’uniforme, venne presa dalla sua branda e portata in quel luogo tremendo dove avrebbe trascorso i prossimi sette anni.

Certo sette anni in massima sicurezza per un pugno in faccia adesso sembrerebbero un po’ eccessivi. Ma in quegli anni venti, dopo che la Francia, già uscita dall'Europa, aveva iniziato una sorta di guerra fredda con gli Stati Uniti d'America per via di tutta una serie di "incidenti diplomatici" - così li avevano chiamati -, il codice militare francese era molto più rigido che mai.

 

Sette anni dopo, così come l’avevano portata in quel posto, la riportarono in Francia. Ma ciò che aveva lasciato uno squarcio incolmabile nel suo cuore era il fatto che dopo quei sette anni non era mai più riuscita a rintracciare la sua carissima compagna di branda Giustine, e il suo amante Etienne, l’unico che sin dall’inizio l’aveva sempre difesa quando gli altri militari si accanivano contro di lei.

 

Adesso, aveva aspettato mesi prima di ottenere il consenso per consultare il suo fascicolo; nel dubbio che avrebbe potuto anche essere stato perduto. Non sapeva neanche perché volesse vedere quel fascicolo, quasi aveva voglia di ritornarsene a casa, ma ormai era arrivata fin lì; e poi, pensava, cosa avrebbe potuto trovare tra quelle scartoffie più di quello che già sapeva?

 

Quando l’impiegata dell’archivio le consegnò il disco magnetico con il suo dossier, la signora Tsikos si recò subito nella stanza di lettura lì accanto, si sedette ad uno dei terminali per cominciare a leggere quei documenti; nulla di tutto ciò che c’era nell’archivio poteva infatti essere portato fuori dal palazzo, né potevano essere fatte delle copie, per cui gli interessati dovevano consultare i documenti sul posto.

Aveva il cuore palpitante per l’emozione, brividi di freddo le attraversavano tutto il corpo, con le mani tremanti inserì il disco nel lettore, aspettò che partisse …

cominciò a leggere tra quei documenti… ma, con suo grande stupore, non trovava nulla riguardo il pugno in faccia. Lesse e rilesse ancora, non riusciva a capire, non riusciva a credere quanto c'era scritto. Era riportato con precisione minuziosa ogni episodio della sua vita, a partire da poco tempo dopo l’arruolamento nell’esercito, anche i più insignificanti, anche i suoi apparenti stati d’animo erano stati meticolosamente archiviati con uno stile da questurino: "tranquilla, fremente, agitata, corrucciata". Fotografie e filmati di lei in ogni momento della sua vita, l'avevano filmata persino mentre mangiava, beveva, dormiva e andava in bagno. Ma soprattutto erano state trascritte minuziosamente un'infinità di discussioni con i suoi commilitoni.

La verità cominciava a farsi sempre più delineata nella mente della signora Tsikos, ma lei ancora si ostinava a non crederci. Avrebbe voluto svegliarsi da quell'incubo che la tratteneva, avrebbe voluto non essere mai entrata in quel dannato palazzo che adesso le infliggeva la peggiore di tutte le condanne.

L’accusa era di complotto con i nemici: gli Americani. Stupita e perplessa cominciò a leggere il fascicolo dall’inizio, l’intestazione recava: "Veronique Gabor - nata a New York il 15 Aprile 2002, naturalizzata francese", ecc. Adesso la verità cominciava a prendere forma, il pugno dato al tenente non aveva nulla a che fare con la carcerazione, era solo una coincidenza: le autorità la sospettavano perché era nata negli USA e la madre era americana, per questo l’avevano fatta spiare.

Dentro quella stanza, in un sabato pomeriggio della caotica Parigi degli anni 2070, Veronique Tsikos Gabor scopriva una verità che era molto più amara di quei sette anni di carcere. Quelli dell’archivio avevano cancellato - la legge lo imponeva - i nomi degli accusatori, ma alcune delle cose che lesse non potevano averle raccontate che due sole persone: Giustine ed Etienne.

Solo loro potevano conoscere certi piccoli segreti, certi minimi particolari. Quelle persone nelle quali aveva riposto tutta la sua fiducia e che tante volte aveva ricordato con lo stesso affetto di un tempo, erano state la causa delle sue sventure, mettendole in bocca, probabilmente assoldate o dietro la promessa di un aumento di ruolo, invettive contro il governo francese che lei non ricordava di aver mai detto.

 

Poi, come se non bastasse, anche la sua vita in carcere era tutta particolareggiatamente annotata: quelle stesse donne con le quali aveva condiviso il freddo e la fame, e che considerava amiche, erano state le sue spie. Ma questo fatto, che fino a mezz'ora prima l'avrebbe sconvolta profondamente, adesso era quasi insignificante. Non poteva fare a meno, invece, di pensare a quel tradimento dei suoi fedelissimi amici, e a quella sua vita passata sotto gli occhi di agenti segreti da quattro soldi.

 

Ormai l’angoscia l’aveva implacabilmente assalita, ma poi, spinta forse da rabbia, forse da quella sua naturale inclinazione ad andare infondo alle cose, continuò a leggere.

Trovò più avanti i documenti di una carcerazione subita qualche anno dopo la prima, una carcerazione nella stessa Parigi durata poco meno di un mese, di cui si era ormai quasi completamente dimenticata. Del resto, a confronto con la precedente, quella era stata poco più che una villeggiatura. Ricordò che, dopo la libertà vigilata, aveva iniziato a scrivere un libro per raccontare la sua storia e quei tremendi sette anni trascorsi in carcere. Ma la polizia, durante una perquisizione nella sua casa, le aveva sequestrato tutte le carte. Dopo era stata condannata a quel mese di reclusione per aver redatto quell’"atto d’accusa contro il paese": così era scritto nel suo dossier.

Ma proseguendo nella lettura scoprì che la polizia non aveva effettuato quella perquisizione a caso: c’era un accusatore che aveva denunciato l’esistenza di quel libro.

A questo punto la signora Tsikos, moglie di un impiegato di banca di origine ungherese, estrasse il disco dal lettore e lo riconsegnò: aveva ormai letto abbastanza.

L’unica persona che poteva sapere di quel libro era il marito Paul.

 

Uscita dal palazzo tornò subito a casa sua... a Montereau.